| L'ufficio di Giulia |
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| Scritto da andybis |
| Venerdì 04 Giugno 2010 15:43 |
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E’ stata una lunga settimana, ma il weekend è ormai alle porte e oggi mi sento finalmente di buon umore. - Buongiorno dottoressa. - Chiamami Giulia, sennò mi fai sentire troppo importante! La portinaia, giovane signora di quasi quarant’anni mi saluta come suo obbligo e cortesia, riesco a malapena a scorgere una forma sotto i suoi piedi che mi sembrano nudi, sicuramente è il suo attuale tappetino. Salgo le scale, i miei stivali col tacco basso fanno rumore sugli scalini, mi fermo un istante vicino allo specchio prima del mio ufficio, una piccola aggiustata al trucco, i miei capelli corti a caschetto…si direi che anche per oggi mattina può andare. Entro nel mio ufficio, anche oggi so che avrò delle pratiche da sbrigare, è tempo di scadenze, ma spero proprio di non dover far tardi come i giorni precedenti. La mia scrivania con il computer e le pratiche e sotto di essa il mio tappetino è già al suo posto. Sono appena due settimane che me lo hanno sostituito e, nonostante ciò, mi pare già piuttosto rovinato. Come al solito, si tratta di un tappetino a fine carriera, non riuscirebbe più a sopportare il calpestamento e allora è diventato utilizzabile solamente più come appoggiapiedi. Le sue mani sono fermamente legate alla sedia, il suo torace piccolo e nudo sta agevolmente sotto la mia sedia, la sua faccia si trova esattamente al suo posto, come ogni mattina, dove tra poco appoggerò i miei stivali. Accendo il computer, vedo che ha un breve sussulto, si gira verso di me senza aprire gli occhi, sa che tra poco incomincierà la sua lunga giornata da tappetino. Non ricordo di avergli mai rivolto parola in queste due settimane ma oggi mi sento bene e quasi mi vien voglia di sentire la sua voce. - Ciao, mio tappetino, come va? Ha un altro sussulto, probabilmente non pensava che gli avrei mai rivolto la parola, in effetti è una cosa tutt’altro che usuale rivolgersi al proprio oggetto da piedi. Apre gli occhi e per la prima volta lo osservo da vicino, non mi sono ancora seduta. Giudico che potrebbe aver più o meno la mia età, anche se è difficile capirlo, dati i segni che ha sulla faccia, il naso schiacciato ed informe, i lividi sulle guance, tutti i segni dei miei tacchi e delle ore passate sotto le suole delle mie scarpe.. - Ti ho chiesto come va, rispondi!- gli do una piccola pedata con la punta della scarpa. Scuote la testa e mi osserva bene, forse per la prima volta ha un’immagine di me che non siano le suole delle mie scarpe. - Ma…m…ma sei…bellissima… - Ma grazie! Come sei gentile… In effetti giudico di essere tutto sommato una donna carina, ho un fisico piacevole nonostante i quaranta alle porte e se mi dovessi giudicare, direi che tutto sommato mi piaccio. Gli sorrido, lui cerca faticosamente di ricambiare tramite la sua faccia rovinata, noto ora che gli mancano dei denti. Mi siedo al mio posto, lui si mette in posizione, la testa verso l’alto, aspettando gli stivali in faccia, ma quest’oggi ho voglia di sapere qualcosa dell’oggetto che sta così tanto tempo sotto i miei piedi. - Ti ho chiesto già tre volte: come va? - Chi..i…io? - Certo, chi altri? Sto parlando con te, il mio tappetino da piedi. Se non hai voglia di parlare, incomincio subito ad usarti eh? Lui si volta, per un secondo guarda i miei stivali pronti a schiacciarlo timidamente gli da un bacio e poi si volta nuovamente verso di me - N..no…la prego…qualche minuto…due parole… - Bene, te li concedo ma se non rispondi neppure ad una domanda così banale, non vedo che tipo di conversazione possiamo fare! - No…no…le rispondo adesso… Un lungo sospiro. - Va…non…non troppo bene…a dire il vero… Lo guardo, noto i segni dei miei tacchi che devo avergli lasciato ieri, senza accorgermene. - I…suoi piedi…otto ore sulla mia faccia…non riesco più a deglutire e respirare…con regolarità…e…ho male dappertutto. - Beh ma dovresti esserci abituato a farmi da tappeto, no? Sono quasi due settimane oramai. - Si..si…certo ma…ieri…come l’altroieri non finivano più… Ricordo che il giorno prima come quelli precedenti mi ero fermata un’ora e mezza in più, non avevo questi stivali ma delle decolletè col tacco alto ed era stata una giornata così piena, che non avevo quasi avuto tempo di staccare, nemmeno per il pranzo. - Si, è stata una settimana infernale, a volte possono capitare. - Non…non finiva mai…i tacchi mi hanno fatto davvero male…ieri sera non…non sono riuscito a mangiare nulla, sono crollato sfinito sulla mia brandina ma…non sono riuscito a dormire. - Mi spiace, ma…cosa pensi ci possa fare io? - Nulla…ma…vorrei quasi che tutto questo finisse… Deglutisce a fatica un po’ di saliva. - Posso solo chiederle una piccola piccola cosa? - Chiedere tu? A me? Nemmeno per idea, che sfacciataggine! Inizio ad innervosirmi e faccio per piantargli lo stivale sulla faccia, per terminare la conversazione - No…no…è una cosa molto semplice ma la…la prego…prima…prima che sia troppo tardi… - Troppo tardi per cosa? Apre gli occhi, quasi cercando i miei. - Non so quanto posso continuare in questo modo… Noto una piccola lacrima sotto i suoi occhi. - Mi pare che tu la faccia un po’ troppo drammatica ma, va bene, si, sentiamo, che cosa vuoi. - Beh ecco, ieri…da li sotto, schiacciato sotto i suoi tacchi…ho pensato che forse…lei aveva dei piedi bellissimi. - Ti ringrazio, sei molto gentile. - Li…li vedevo, vedevo la sua caviglia nel collant, mi sembrava morbida e..quanto l’avrei solo voluta accarezzare se solo avessi avuto libere le mani…e desideravo baciarla… - Non mi chiedere di liberarti: sai benissimo che non lo farò! - No..no…lo so. Volevo solo chiederle…se possibile…vorrei vedere…vederle la pianta dei suoi piedi…nudi…per favore… - Cioè? Fammi capire…vorresti che ora mi togliessi gli stivali e poi le calze… - Mi…mi piacerebbe essere usato sotto la pianta nuda dei suoi piedi. Rimango un po’ a pensare, era una cosa del tutto innaturale che un tappetino facesse delle richieste. Di norma il suo ruolo è quello di stare fermo e subire i miei piedi calzati sulla faccia per tutto il tempo che volevo. - Glieli massaggerei, se solo potessi…con le mani o, con la lingua… - No, basta così, hai già parlato fin troppo! Gli appoggio uno stivale sulla faccia. Sa che sto per tirare su l’altro piede e come d’istinto si mette nella posizione per me più comoda, chiudendo gli occhi. - Se hai tutta questa voglia di leccare, puoi farlo benissimo sulla suola delle mie scarpe, come al solito e per tutto il tempo che vuoi. - I…piedi…vorrei vederle…solo…i piedi…per fav… Sollevo anche l’altro stivale e glielo calo sulla faccia con un po’ di forza, strappandogli un mugugno. Incomincio a battere la password sulla tastiera, entrambi gli stivali sulla sua faccia, sento che i suoi mugugni diventano più affievoliti. Probabilmente sta piangendo, ammesso che ci riesca sotto la pressione dei miei piedi, ed intanto percepisco ogni tanto la sua lingua in movimento sulla suola dei miei stivali Cerco sul tavolo la prima pratica e intanto mi vien da pensare come in effetti la sua richiesta non sia del tutto insensata. E’ abituato a stare li sotto tutto il giorno ed in fondo in fondo mi ha chiesto solamente di vedere meglio i piedi che lo stavano schiacciando così ininterrottamente. Gli tolgo gli stivali dalla faccia. Si scuote, stupito, di sicuro si era già rassegnato a rimanere fermo in quella posizione per almeno otto ore. - Ci sei ancora? - Si…padrona…sono ancora…presente. - Facciamo così. Stasera prima di andare via, mi toglierò gli stivali…e…potrai allora vedere i miei piedi…se ci tieni. - G…grazie… - Consideralo un premio…Ma voglio qualcosa in cambio. - Tutto quello che…desidera… - Voglio sapere qualche cosa di te. Mentre lo dico, quasi mi pento. E’ innaturale provare anche il minimo interesse per il proprio oggetto da piedi, ma una piccola curiosità si è insinuata in me. - Che cosa…cosa vuol…sapere... - N..no. Ho cambiato idea, riprendi a leccarmi le suole e in silenzio! Senza altri indugi i miei stivali tornano a coprirgli il viso, sento che non si lamenta né mugugna più, nonostante il mio tacco basso e largo abbia iniziato ad insistere sulle sue guance. Sento nuovamente la sua lingua lavorare sulle mie suole ma quella strana curiosità.,,un po’ mi è rimasta. In fondo in fondo come tutte le donne sono ormai abituata ad utilizzare i miei oggetti da piedi quotidianamente, senza badare a loro ma questa volta mi è venuta voglia di saperne di più. Ancora ci penso ma poi osservo la quantità di pratiche da sbrigare...e, travolta dal lavoro lascio stare quelle sciocchezze, utilizzando per l’intera giornata il mio oggetto da piedi con gli stivali che gli scavano le guance e dimenticandomi a fine giornata della promessa che gli avevo fatto.
Il giorno dopo è sabato e poi viene la domenica, ma la curiosità invece di scemare, diventa più forte. In effetti mai avevo provato il minimo interesse per quegli oggetti da piedi, ma quella volta era, come dire, diverso. Decido di andare in ufficio il lunedì mattino con un’ora di anticipo, telefonando in modo di trovarlo già in posizione per il mio utilizzo da subito. Quel giorno avevo delle decolletè ai piedi col tacco molto alto e, dato il caldo, niente calze. Appena entro, si sveglia al mio rumore di tacchi, mi siedo sulla sedia e senza indugio lui si mette in posizione senza nemmeno aprire gli occhi. Mi sfilo una scarpa e gli appoggio in faccia un piede nudo. Il contatto con la mia pelle nuda lo sorprende, si aspettava il contatto duro con la suola delle mie scarpe. Trae lunghi e profondi respiri, cercando il mio odore tra le dita dei piedi e io lo accontento, schiacciando quello che rimaneva del suo naso tra alluce e secondo dito. Mi tolgo anche la seconda scarpa e il secondo piede raggiunge il primo, posizionandosi bene sulla sua faccia. La sento molto dura sotto le mie piante, percepisco i molti lividi e sento i suoi respiri profondi e i suoi tentativi di assaporare il gusto del mio sudore. - Spero che ti piacciano e che serberai questo gusto e questo odore dentro di te. Lui cerca di affondare ancor più la faccia dentro i miei piedi, vorrebbe cercare forse di rubarne in quei pochi istanti l’essenza, memorizzarne l’odore ed il sapore per meglio sopportare le successive lunghe ore sotto il peso delle mie scarpe. - Però ora mi devi dire qualche cosa di te, hai qualche minuto prima che debba iniziare a lavorare. Invece di obbedire, continua a leccare i miei piedi, cercando di assaporarne l’odore, preso quasi in una assurda frenesia. Gli stampo in faccia una forte pedata che lo sorprende con un urlo di dolore. - Ora basta, parla! Forse gli ho rotto qualcosa, ma non ci bado, detesto che il mio tappetino non mi obbedisca subito. Gli sposto i piedi dalla faccia, appoggiandoglieli sul torace nudo lui apre gli occhi e cerca di muoversi, pur dolorante, per andarli nuovamente ad assaporare, ma le corde cui è legato gli impediscono anche il minimo movimento. Quasi sorrido all’idea che vada a cercare proprio i piedi che gli hanno appena fatto male. Decido di rimettermi le scarpe e gliele appoggio sul torace, strappandogli un lamento per via del tacco alto. - T…ti prego…ho bisogno dei tuoi piedi…sono bellissimi… - Ho detto basta, voglio sapere qualcosa di te! Ti conviene parlare subito, se non vuoi che perda la pazienza e ti prenda di nuovo a pedate in faccia Un altro lamento, il mio tacco nel suo torace. - Va..va bene… - Voglio sapere chi eri e che cosa hai fatto prima di diventare la mia faccia appoggia piedi. Altri lamenti, sento il suo respiro affannoso, fatica a respirare sotto il costante dolore dovuto ai miei tacchi e decido di sollevarli un po’ per permettergli di respirare meglio. - Chi ero…chi sono stato… - Esattamente! Ma spicciati se no la mia pazienza si esaurisce… Guarda le mie scarpe con un misto di preoccupazione e desiderio, poi solleva lo sguardo. - Va…va bene. Io…che dire di me…io sono un tappetino da piedi. Io…lo sono da sempre.
I miei primi piedi furono quelli di mia sorella, o meglio: la chiamavo sorella ma non penso che ne fossi nemmeno parente con lei. Lei era più vecchia di me di poco più di due anni ed ero stato educato ad essere servile sempre e comunque nei suoi confronti. Passavo intere giornate a sua disposizione per tutti i lavori umili e ore intere a leccare la suola delle sue scarpe che lei voleva sempre che brillassero come se non fossero mai state usate. In tutto quel tempo lei mi ci era quasi affezionata, mi puniva spesso ma sempre a piedi nudi, senza lasciarmi mai troppi segni. Tutto cambiò quando divenni il tappetino di casa, da quella volta in cui il tappetino di sua madre fu calpestato a mo…ebbe un incidente durante una delle innumerevoli feste che lei teneva in casa. Io per fortuna ero sempre stato esentato dal parteciparvi, ma sentivo dal mio stanzino le urla del tappetino ed una delle ultime volte vidi, sbirciando, che erano in piedi su di lui in cinque contemporaneamente e nessuna di loro si era tolta le scarpe. Provai pena e non mi stupii della fine che aveva fatto.
Il tappetino si interrompe, ha catturato la mia intenzione ma ora sembra abbia difficoltà a respirare. - T…ti preg… - Che c’è? Perché non continui? Sollevo entrambi i piedi, lui inizia a respirare in profondità ed in breve la crisi gli passa. - I…piedi nudi…per favore… Mi tolgo le scarpe e gli appoggio un piede sotto il naso. - Ok, respira pure il mio sudore ma continua a raccontare: cosa successe dopo l’incidente?
Subito dopo la fine del tappetino, divenni lo schiavo di famiglia e il mio lavoro raddoppiò. La madre era una donna di poco più di quarant’anni, era una bella donna, forse…di lei non ricordo, in tutto il tempo che fui loro schiavo, di aver avuto nessun altro contatto se non con i suoi piedi. Non potevo sollevare lo sguardo al di sopra dei suoi polpacci, sempre nudi come i suoi piedi e le mie mani e la lingua non potevano andare al di sopra delle sue caviglie. Mi calpestava spesso e con forza, mi puniva per ogni piccola mancanza, toglieva dalle mie mani i suoi piedi e colpiva tutto quello che le veniva a tiro, spesso la faccia o la testa e poi me li ributtava in mano, ordinando che continuassi ad adorarglieli. Dopo qualche settimana ero ricoperto di lividi, ritenne che probabilmente non sarei durato molto, e fui mandato alla scuola per tappetini mentre al posto mio ne presero un altro.
- E…non l’hai più rivista? Intendo dire: quella che tu chiamavi ‘sorella’. - Si, alcune volte lei è venuta alla scuola per sincerarsi delle mie condizioni ed io, leccandole i piedi, cercavo di raccontarle qualcosa ma…poi non la rividi più.
Gli anni della scuola furono terribili, molti entravano alla scuola ma non tutti riuscivano a resistere al tremendo allenamento delle addestratrici su di noi. Ho visto tappetini calpestati agli ultimi termini ed invece di essere soccorsi, calpestati ancora ed utilizzati da zerbino con ogni tipo di calzatura. L’allenamento era quotidiano e pesante, le addestratrici erano giovani ma alcune di loro davvero sadiche e si divertivano a torturare i tappetini senza badare alle condizioni in cui erano. Tutte le pedate che avevo ricevuto in casa mi avevano reso resistente e divenni bravo nel facestanding, guadagnai qualche punto e perfino una gara ma ciò non mi esentò dal dover prestare servizio presso una discoteca locale. Fu un'altra esperienza che mi segnò, ci misi un po’ a riprendermi, ma, al termine di tutto, riuscii anche ad uscire vivo dalla scuola. Non trovando padrona fissa, feci da leccapiedi di strada in una delle estati più secche e calde degli utlimi anni, quindi lavorai in un fast food e poi come tappetino da ballo per una ragazza, Laura, ecco come si chiamava. Aveva dei piedi bellissimi ed era leggera ma mi lasciò addosso dei segni che non sono mai guariti, allenandosi senza sosta su di me per molte ore durante il giorno Poi, dopo tante altre esperienze di calpestamento, un giorno in infermeria mi dissero che non avrei resistito ad altro trampling…e allora divenni semplice appoggiapiedi, lavorai a lungo in un call center, 24 ore su 24 senza staccare per giorni interi e quindi…eccomi qua.
Il tappetino termina faticosamente il suo racconto. Non mi ero accorta che era passata quasi un’ora, si era interrotto mille volte per cercare un po’ di fiato sotto i miei piedi ed io più volte li avevo mossi, sentendo il suo respiro tra le dita. Riprende a respirare a pieni polmoni l’odore dei miei piedi, cercando al contempo di leccarli ed io lo agevolo facendo scorrere la sua lingua sui miei piedi. Non è una sensazione totalmente piacevole, la sua lingua è piuttosto dura, come la pelle della sua faccia. - E…dopo? –gli chiesi- intendo: dopo di me…? Si interrompe. - Non…non ci sarà un dopo. Mi userai fino a che…non sarò da buttare. - Beh, vai tranquillo che passerai ancora tempo sotto di me! - Grazie. Stare sotto i piedi è il mio destino fino all’ultimo dei miei giorni, così come lo è stato dal primo. Usami pure, sono contento di essere qui perché ha dei piedi davvero molto belli. - Grazie, sono proprio contenta che ti piacciano…ma…c’e un ma… - Che cosa? - Devo rimettermi le scarpe…e iniziare a lavorare, è tardi... - Ancora un attimo, per favore… Affonda con forza il viso nei miei piedi, come se cercasse di rubarne l’essenza, io glieli allontano e poi glieli avvicino, cercando di farglieli assaporare al meglio…e poi, all’improvviso, sta fermo, come se gli fossero venute meno tutte le forze. - Ok…sono pronto, usami pure…ma posso farle un’ultima domanda? - Beh dipende che cosa… - Niente…di che…ti volevo solo chiedere perché…tutto il giorno…me li appoggi…sulla faccia. - Non hai appena detto che è la tua parte più resistente? Non so quanto resisteresti col torace sotto questi tacchi. - Non…non è possibile senza scarpe…vero? - Eh no, hai la faccia troppo dura… - Ok…va bene, sono pronto… Poi con un fil di voce: - Grazie.. Chiude gli occhi, mi rimetto le scarpe, lo accarezzo leggera sulla faccia con la suola e poi calo entrambe le scarpe su di lui. Sento che mugugna, il tacco sta entrando profondo nelle sue guance, percepisco ogni tanto la sua lingua sulle suole, forse per chiedermi di sollevare il tacco da lui. Lo faccio ma in breve tempo vengo totalmente assorbita dal mio lavoro e sento le sue leccate più deboli fino a che resta del tutto fermo.
Non gli rivolgo più parola per tutto il giorno e nemmeno i giorni successivi. Vedo che sta facendo la fine di tutti gli altri miei tappetini, avrei potuto indovinare le scarpe che avevo usato su di lui, da tutte le impronte che gli avevo lasciato sulla faccia. Provo a parlargli e a sentire ancora la sua voce un paio di settimane dopo, ma non si scuote nemmeno con i calci che gli do per svegliarlo. Lo premio ancora alcune volte con i miei piedi nudi ma son quasi convinta che non riesca più ad accorgersi della differenza. In brevissimo lui torna ad essere il mio silenzioso oggetto appoggiapiedi.
E’ un lunedì mattina… un raggio di luce dalla finestra inquadra una nuova sagoma sotto la mia scrivania… Quella ormai irrimediabilmente sciupata dello sconosciuto tappetino parlante è stata sostituita… |



Finalmente è arrivato il venerdì!

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